L’articolo nella sua versione originale è stato pubblicato su patriziopinnaro.com
Il 3 maggio 2012 si è tenuto un incontro a Potenza, promosso dalla Camera di Commercio, per illustrare “IL CONTRATTO DI RETE” , a cui ho partecipato con vivo interesse, ma i dubbi che già avevo all’inizio, purtroppo, sono aumentati.
Pur riconoscendo lo sforzo dell’Ente camerale potentino e della Regione Basilicata, ritengo che si stia, forse inconsapevolmente, commettendo un grave errore, in quanto l’azione promossa, sembra essere limitata solo alla concessione di contributi economici.
In un grave momento di crisi, come quello che stiamo attraversando, infatti, l’introduzione di nuovi fardelli amministrativi, può essere efficace solo se ha la finalità di consentire un maggiore sviluppo locale, poco importa la possibilità per le imprese di poter avere lo sgravio fiscale degli utili. Non c’è bisogno certo di un contratto di rete per aumentare i ricavi e ridurre i costi, l’adozione di una buona strategia può già portare a questi risultati, senza che sia necessaria la sottoscrizione di un contratto di rete d’impresa, che dovrebbe nascere dal basso, con tutte le criticità che ne conseguono. Come pure non è possibile ipotizzare l’utilizzo di questo strumento, con le stesse modalità che sono adottate in Italia, il tessuto produttivo locale è certamente diverso dalle altre aree produttive nazionali, cambia perfino da territorio a territorio, figuriamoci da Regione a Regione. La concessione di contributi per la promozione dell’oggetto del contratto di rete e per la costituzione dello stesso, poi, appartiene ad una logica fallimentare, in quanto sono utilizzate risorse, anche ingenti, visto che si parla per il primo bando regionale di 10 milioni di euro, senza che siano individuati i settori strategici, per territorio, su cui puntare.
Inoltre, sembra che non vi sia nessuna volontà politica di utilizzare i contratti di rete per creare nuova occupazione, per aiutare i territori a crescere, i limiti evidenziati da un rappresentante di un Consorzio vinicolo lucano, fanno capire come le Istituzioni preposte, continuino ad essere miopi, ieri come oggi.
Oltre alla mancanza della cultura dello stare insieme, non attribuibile solo agli imprenditori, che per natura nascono, crescono e si sviluppano, proprio grazie ad una buona dose di individualismo, la politica non si sforza di creare il collante necessario per agevolarla. Il concreto esempio, delle difficoltà, di fare acquisti insieme, da parte del Consorzio, dimostra il fallimento della politica, che invece di agevolare e sostenere, anche economicamente, la nascita di aziende di supporto, nell’ottica di creare delle filiere produttive, ritiene più facile concedere i classici contributi a pioggia, poco importa che terminate le risorse, le effettive ricadute per il territorio siano molto limitate.
Infatti, sarebbe auspicabile non perdere questa ulteriore opportunità, creando delle micro aziende a supporto delle attività produttive locali, volendo restare nell’esempio del Consorzio vinicolo, non sarebbe certo una cattiva idea, almeno verificare la possibilità di creare un’azienda che produca in loco le bottiglie, invece di cercare il produttore, magari pure estero, che fa il prezzo migliore.
Questo approccio culturale, se applicato a tutti i settori, potrebbe creare e garantire numerosi nuovi posti di lavoro, consentendo alle imprese di essere anche più competitive sul mercato, in quanto verrebbero ridotti i costi di trasposto per l’approvvigionamento, ed in pochi anni, potrebbero essere ammortizzati anche gli investimenti necessari. E’ necessario uno sforzo da parte di tutti, soltanto in questo modo, possiamo avere qualche speranza, altrimenti continueremo a perdere i tanti treni che passano, finchè non ne passeranno più ed allora sarà troppo tardi…






2 Commenti
Leggo sempre con molto interesse i post pubblicati su questo portale e la questione da lei sollevata, che peraltro condivido, mi stimola a fare qualche riflessione. Se dovessi dare una risposta netta alla sua domanda: i contratti di rete sono davvero utili? forse risponderei NO, o meglio i contratti di rete fini a se stessi, o per accedere all’agevolazione fiscale, non servono! Il punto è che il più delle volte siamo abituati a promuovere lo strumento perdendo di vista l’idea di fondo. Per diversi anni ho lavorato inseguendo idee, più o meno illuminate, di politica industriale, ma alla fine, in tutte le sedi si parlava solo degli strumenti. Penso allo “sviluppo locale” degli anni 90, cosiddetto “ approccio botton-up” : patti territoriali, che si sono proliferati a dismisura e in molti casi senza alcuna logica di sviluppo locale, contratti d’area, contratti di programma, etc). Industria 2015, del 2007,( con i progetti di innovazione industriale, Fondo Finanza di impresa, etc) che indicava importanti traiettorie di sviluppo (mobilità sostenibile, efficienza energetica, made in Italy, etc) naufragata miseramente proprio a causa della complessità degli strumenti (un anno per scrivere i bandi) e dei tempi biblici (oltre due anni) per la valutazione dei progetti. Nel frattempo i progetti erano diventati vecchi. Siamo riusciti a fare qualche piccolo disastro anche con i distretti industriali, quando, nel 91’, il fantomatico legislatore, prima nazionale e poi regionale, ha scoperto che esistevano e ha deciso che era necessaria una loro definizione, attraverso sterili indicatori statistici. Oggi invece di parlare di reti di imprese, e del perché è importante farle, e soprattutto su quali drivers di sviluppo indirizzare le imprese, come lei giustamente sottolinea, si parla solo di contratto di rete. Tanto più che il contratto di rete è uno strumento giuridico che ha l’ambizione/presunzione di regolamentare e sostenere un fenomeno tutto economico. Le reti devono essere considerate organismi dinamici, che si muovono in funzione del mercato, e non devono essere ingabbiate in rigidi schemi giuridici. Come sempre, il vuoto lasciato dalla politica industriale, che dovrebbe indicare la strada e governare i processi, viene, di solito, riempito da lunghe disquisizioni sugli strumenti e sulle procedure, a prescindere dai contenuti. Mi dispiace dirlo, ma un paese che non sa imparare dalla sua storia e dai suoi errori è come un bambino privo di qualsiasi difesa immunitaria. In questo momento cosi delicato e difficile è indispensabile puntare sull’intelligenza delle persone, la capacità di lavorare in rete e la condivisione del rischio. Questa, secondo me, è una ricetta che andrebbe applicata alle imprese, alle associazioni imprenditoriali, alle istituzioni e alla società nel suo complesso. Io, nel mio piccolo, ci provo tutti i giorni, ma spesso soffro di solitudine! Un saluto…
Gentile Signora Grasso, interessante la sua riflessione. Credo che le reti d’impresa, intese come, un intreccio che possa dal basso agganciare finanziamenti ‚(burocrazia in Italia non ha uguali nel mondo — e lo dice uno che vive all’estero da tanto tempo), per crescere sia destinato a funzionare solo in minima parte, per i motivi da Lei elencati . La nostra dimensione di impresa anche media non ha grandi chance nella globalizzazione. E’ importante che si accompagni il processo di integrazione dell’economia con una crescita dimensionale. Molto meglio il Fondo Strategico Italiano — CDP; cioè L’idea di un partner che non ti chiede altro se non di crescere. Ti chiede non di fare affari, ti chiede se vuoi una mano e te la da; pero’ c’e assoluto bisogno che gli imprenditori devono essere realisti! Ci sono milioni di aziende che non ce la possono fare, se non con iniezioni di capitale privato e con fusioni atte a irrobustire lo stato patrimoniale e il conto economico, L’ego dell’imprenditore e delle ambizioni degli eredi devono essere messi da parte. Fare finta che questo non sia uno dei problemi — se non il problema, è come negare che il mondo è cambiato radicalmente. In Italia scompariranno circa un quarto delle attuali partite iva, la concorrenza di prodotti e imprese da nuove aree continentali e non sarà feroce; pertanto; fusioni, efficienza, ricerca, innovazione e prendere in mano la distribuzione a livello globale! Ho i miei dubbi che l’inefficienza della politica italiana puo soperire a tale carenza strutturale, pertanto gli imprenditori debbono relazionarsi tra loro!