Ho letto con molto interesse il post “Reti di imprese: una unione civile in regime di separazione dei beni” di Arianna e mi ha colpito, non solo per le questioni sollevate, ma per la passione e per un velato senso di solitudine che traspare dal racconto, la stessa sensazione che spesso mi capita di ritrovare in altri imprenditori.
Lavoro nella sede nazionale della CNA, Confederazione nazionale dell’artigianato e della piccola e media impresa, da 14 anni, e da quasi 4 anni mi occupo di reti d’imprese. Ovviamente, non ho tutte le risposte a portata di mano, ma come funzionario di un’associazione di categoria, impegnata da tempo su questo tema, sento il dovere di dire qualcosa.
Non voglio parlare della dedizione e convinzione che spinge me i miei colleghi, che quotidianamente parlano con le imprese, a lavorare sul tema, se così non fosse non starei qui a scrivere.
So bene che non è facile, anzi direi che è molto difficile. La prima cosa che sento di dover dire è che non si fa rete senza un cambiamento culturale del modo di fare impresa. Questo è l’aspetto più complesso e difficile da fare passare. Come associazione imprenditoriale, siamo in grado di creare momenti incontro e di relazione, sollecitare riflessioni e indicare prospettive, spiegare alle imprese il rischio di operare da soli, fornire consulenze specializzate su progetti specifici, contatti con il mondo universitario, offrire i servizi più avanzati e strumenti dedicati, e molto altro ancora. Il punto è che se l’impresa non è disposta a guardare con occhi diversi l’imprenditore che gli sta accanto, e lo dico per esperienza diretta, qualsiasi tentativo rischia di fallire. Sul tema delle reti e dell’aggregazione gran parte della partita, a mio modesto avviso, si gioca su questo aspetto, soprattutto quando parliamo di micro e piccola impresa. La stessa, annosa, discussione sulla dimensione d’impresa dipende anche da questo. Abbiamo poche grandi imprese che pensano in piccolo e tante piccole imprese che spesso non sanno di poter pensare in grande e guardare oltre l’ostacolo. Senza negare i limiti della piccola dimensione, a volte quello che manca è la visione!
I cambiamenti culturali richiedono tempo, impegno e strumenti adatti, e devo dire che, da questo punto di vista, la politica industriale non ci aiuta molto. Per la grande e media impresa fare rete è molto più facile. Organizzare la filiera, dividere compiti e ripartire i vantaggi (su come, e se, i vantaggi arrivano ai più piccoli ci sarebbe da discutere), prendere decisioni, fare investimenti, stabilire le giuste relazioni con il mercato, etc. Il tutto avviene senza la necessità di un intervento esterno. Nel rapporto tra pari è tutto molto più complesso, le regole sono tutte da costruire e non esistono soluzioni predefinite, adatte per tutte le stagioni. E’ necessario creare quel capitale sociale e fiduciario che ancora non c’è. Il 95% dei nostri imprenditori sono persone che hanno investito nella propria impresa tutta la loro vita, compresa la famiglia. Oggi tutti sono pronti a scommettere che così non può funzionare, che è necessario collaborare con altri, condividere informazioni, relazioni, investimenti, idee, progetti e via dicendo. Se è vero (e il se è d’obbligo) che la rete tra imprese può rappresentare il nuovo modello di sviluppo di un’economia ormai da tempo globalizzata, allora si tratta di gestire un processo di transizione che necessiterebbe di una forte governance tra tutti i soggetti: istituzioni, mondo associativo, banche, mondo della conoscenza. Su questo, devo dire, che siamo molto indietro, chiediamo alle imprese di fare squadra, facciamo convegni strepitosi, ma non riusciamo a dialogare e a confrontarci su proposte e modalità di intervento. Anche noi pecchiamo di visione con un’enorme spreco di risorse e di competenze. Le imprese quando hanno le idee chiare, e sono convinte, vanno avanti da sole, noi però abbiamo il dovere di accompagnare tutte le altre.
Il contratto di rete può essere migliorato ma, nonostante alcune lacune, le soluzioni organizzative si possono trovare, (alcuni colleghi si sono inventati il “Bilancino di rete”). Gestire la ripartizione degli investimenti, dei costi, delle commesse e persino la ripartizione dei ricavi, quando e se ci sono, anche se non è proprio semplice, si può fare: si tratta di individuare un sistema di regole di comportamento e procedure in grado di tutelare e garantire gli interessi reciproci. Regole condivise che solo le imprese, con il supporto dalle associazioni, si posso dare. Un aspetto positivo del contratto di rete è proprio l’elevata flessibilità nell’utilizzo: ogni aggregazione/rete può costruirselo in base alle proprie esigenze e obiettivi. Qualsiasi strumento, da solo, però, non può sopperire alla voglia delle imprese di mettersi in discussione e di investire sul futuro. Non è solo una questione di matrimonio o di civile convivenza, il mondo è pieno di solide unioni di fatto e di fragili matrimoni di facciata.
Il capitale relazionale e la fiducia reciproca, ad oggi, sono risorse ancora scarse, ma possono aumentare con la pratica, anzi, come qualcuno ha teorizzato meglio di me, più se ne fa uso maggiore sarà la quantità disponibile. La convivenza, o la vita coniugale, sono situazioni che si imparano a gestire strada facendo, proprio come, opportunamente, fate voi, con la consapevolezza che non tutto può essere quantificato e programmato, soprattutto quando si parla di relazioni e di risorse umane, come nel vostro caso. Non esistono percorsi preconfezionati da seguire e da replicare ovunque. E’ necessario imparare a gestire la complessità sapendo che navighiamo tutti nello stesso mare, e che spesso perseguire un obiettivo comune è il modo migliore per raggiungere obiettivi personali. Per come la vedo io, questa è la logica che sta dietro la rete. I miei migliori in bocca al lupo per la vostra scommessa.






2 Commenti
Gentile Dr. Grasso,la Rete di Imprese o consorzi sono lodevoli ma secondo me non basta. Vivo all’estero e sono testimone di come in altri paesi hanno formato con l’aiuto dello stato aziende in settori strategici con una massa critica in grado di competere con colossi Indiani, Cinesi, Brasiliani, Russi, USA etc. L’Italia non ha materie prime o rare. Le aziende italiane – buone protagoniste di nicchie di mercato in vari settori, hanno davanti a se, secondo me, solo la fusione o l’incorporazione tra loro, ovvero, aumento delle dimensioni, delle masse, taglio dei costi, conseguente aumento della produttività per dipendente. Purtroppo ciò non avviene, per quando ne leggo ho la percezione che per la stragrande maggioranza degli imprenditori italiani è molto meglio arare il proprio orto e vendere le carote in concorrenza con i pomodori che nascono nell’orto del vicino, piuttosto che produrre in forma comune insalate di pomodori e carote da vendere sul mercato mondiale.
Aziende come Ansaldo Breda, Ansaldo Sts, Avio, Breda Menarini, Fincantieri, Firema, Fiat Industrial, Elettronica, Magnaghi Aeoronautica, Engineering con il supporto della Cassa Depositi e Risparmi, potrebbero costruire 2 filiere industriali capaci di competere con i colossi stranieri. La Farmaceutica, Tlc, Agri-business, Chimica (Polimeri Europa come polo aggregante deconsolidato dal gruppo ENI, p.e. con Novamont, Mossi&Ghisolfi, Mappei, Radici ed altre). Fusione tra Telecom Italia e Poste, alfine di creare gruppi in grado di effettuare investimenti in ricerca e innovazione su larga scala (anche in Italia). Sono cosciente che il mix tra aziende a conduzione familiare, tra l’altro di prima generazione p.e., (Menarini, Chiesi, Sigma-tau, Ferrero, Barilla ecc), e aziende a capitale in prevalenza pubblico sia difficile da combinare. L’Italia soffre di investimenti diretti da parte di multinazionali, invece perde pezzi di industria a capitale italiano a causa di acquisizioni effettuate da grandi aziende straniere (Parmalat, Bulgari, Carlo Erba-Farmitalia, Nuovo Pignone etc. ). Grandi imprese che facciano da traino alle PMI sono fondamentale per penetrare mercati complessi come; India, Cina, Indonesia, Brasile, Sudafrica etc. Bisogna tornare a pensare nell’ottica di politiche industriali di lungo periodo, immaginare come vogliamo che sia l’Italia nel 2020, nel 2030. Questo significa capire se vogliamo avere ancora e se siamo in grado di avere ancora un polo chimico, il tessile, l’auto, la cantieristica, etc, etc, ed attrezzarci di conseguenza. Da soli gli imprenditori fanno poco, deve essere lo Stato a guidare questi processi.
Negli aspetti industriali e commerciali non siamo una nazione e questo è il grande limite di una nazione con sessanta milioni di abitanti, chiamati a confrontarsi con una economia globale e prodotti internazionali.
Egregio Dott. Daloia il suo discorso non fa una piega, con un’unica eccezione: siamo in Italia. La nostra è la storia di un paese dai mille campanili dove ognuno è stato educato a salvarsi da solo, spesso anche a spese della società! In Italia sono anni che non c’è traccia di una politica industriale degna di questo nome. L’ultima portava il nome di “Intervento straordinario per il Mezzogiorno” o meglio conosciuta come Cassa per il Mezzogiorno, più o meno negli anni 50, discutibile quanto si vuole anche per gli effetti prodotti, ma dietro c’era un’idea di paese. Oggi siamo veramente allo sbando. Lei ha ragione quando dice che le nostre grandi imprese potrebbero trainare le piccole, il problema che sono proprio le grandi a pensare in piccolo. Il più delle volte la strategia è prendi i soldi e scappa! Per oltre un decennio la nostra cosiddetta “politica industriale” ha elargito soldi, con la legge 488 del ’92, senza preoccuparsi di come venivano investiti o di verificare se i soggetti finanziati fossero persone oneste. Dopo aver speso miliardi abbiamo scoperto che lo strumento non era adatto! Abbiamo speso miliardi di fondi strutturali, arrivati nel mio Mezzogiorno, senza compiere alcun passo verso lo sviluppo. Il nostro è un paese che non si occupa del merito da troppi anni, o forse non lo ha mai fatto.
Manca una visione di Sistema. L’economia degli ultimi 50 anni è stata sostenuta dalla miriade di micro e piccole imprese dei distretti industriali e dei sistemi locali, che ogni giorno hanno lavorato a testa bassa senza chiedere nulla allo stato o alla politica, cosa che non si può dire delle nostre poche grandi imprese. Hanno preso quando c’era ancora qualche spicciolo e ora scappano l’estero alla ricerca di costi tracciati, lasciando morire gran parte dell’indotto e della subfornitura.
Io francamente non lo so se le reti tra imprese, o i consorzi, sono la via d’uscita per disegnare un nuovo modello di sviluppo del nostro paese. Non so se ha seguito le vicende politiche italiane degli ultimi anni, forse no, altrimenti non potrebbe riporre tanta fiducia nella capacità di questo Stato di guidare i processi di cui sopra. Personalmente, e come associazione, ho il dovere di dare una prospettiva alle imprese che rappresento, l’unica che abbia un senso e che da un senso al mio ruolo, il mercato. Devo spingere le mie imprese più piccole a collaborare per valorizzare talenti, conoscenze e realizzare gli investimenti necessari per competere sul mercato. Sicuramente questo non basterà, ma è sempre meglio che aspettare che i nostri politici inizino finalmente a occuparsi degli interessi dei loro cittadini, che non rappresentano, visto che non abbiamo neache più il piacere di eleggerli! Mi scuso per lo sfogo e la rabbia che traspare dalle mie parole, che ovviamente non sono dirette a lei, ma si fa una gran fatica a lavorare in un contesto sempre più povero di valori. Ma io resisto e cerco di guardare oltre…un caro saluto